Proposta di Legge: 23 maggio e 19 luglio, giorni festivi in onore di tutte le vittime di mafia

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L’Associazione culturale “Su la Testa” promuove la seguente proposta di legge:

Alla c.a.
Presidente della Camera dei Deputati
Presidente del Senato

RELAZIONE:

La Legge del 27 maggio 1949, n. 260, Disposizioni in materia di ricorrenze festive, Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 31 maggio 1949, n. 124 stabilisce testualmente:

Il giorno 2 giugno, data di fondazione della Repubblica, è dichiarato festa nazionale.
Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti:
tutte le domeniche;
il primo giorno dell’anno; il giorno dell’Epifania;
il giorno della festa di San Giuseppe;
il 25 aprile, anniversario della liberazione; il giorno di lunedì dopo Pasqua;
il giorno dell’Ascensione;
il giorno del Corpus Domini;
il 1 maggio: festa del lavoro;
il giorno della festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo;
il giorno dell’Assunzione della B. V. Maria;
il giorno di Ognissanti;
il 4 novembre: giorno dell’unità nazionale;
il giorno della festa dell’Immacolata Concezione;
il giorno di Natale;
il giorno 26 dicembre.

Sono considerate solennità civili, agli effetti dell’orario ridotto negli uffici pubblici e dell’imbandieramento dei pubblici edifici, i seguenti giorni: l’11 febbraio: anniversario della stipulazione del Trattato e del Concordato con la Santa Sede; il 28 settembre: anniversario della insurrezione popolare di Napoli.

La strage di Capaci fu un attentato di stampo terroristico-mafioso compiuto da Cosa Nostra il 23 maggio 1992 nei pressi di Capaci (sul territorio di Isola delle Femmine) con una carica composta da tritolo, RDX e nitrato d’ammonio con potenza pari a 500 kg di tritolo, per uccidere il magistrato antimafia Giovanni Falcone. Gli attentatori fecero esplodere un tratto dell’autostrada A29, alle ore 17:57, mentre vi transitava sopra il corteo della scorta con a bordo il giudice, la moglie e gli agenti di Polizia, sistemati in tre Fiat Croma blindate. Oltre al giudice, morirono altre quattro persone: la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza.

La decisione dell’attentato: L’uccisione di Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni della “Commissione interprovinciale” di Cosa Nostra, avvenute nei pressi di Enna tra il settembre e il dicembre 1991 e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire ed alle quali parteciparono Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe “Piddu” Madonia e Benedetto Santapaola. Sempre a dicembre, durante una riunione della “commissione provinciale”, svoltasi nella casa di Girolamo Guddo (mafioso di Altarello di Baida e cugino del boss Salvatore Cancemi), cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Motisi, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Raffaele Ganci, Nino Giuffrè, Giuseppe Montalto e Salvatore Madonia, venne deciso ed elaborato un piano stragista “ristretto”, che prevedeva l’assassinio di Falcone e Borsellino, nonché di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l’onorevole Salvo Lima ed altri uomini politici democristiani. Sempre nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (alla quale parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino ed i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora Ministro Claudio Martelli ed il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

In seguito alla sentenza della Cassazione, che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso di Palermo (30 gennaio 1992), si tennero una serie di riunioni convocate da Riina: una della “Commissione interprovinciale” ancora nei dintorni di Enna ed alcune della “Commissione provinciale” sempre a casa di Guddo (a cui parteciparono, oltre a Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci, Giovanni Brusca, Michelangelo La Barbera, Matteo Messina Denaro, Salvatore Cancemi), nelle quali si decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbe dovuto uccidere Falcone, Martelli o, in alternativa, Costanzo, facendo uso di armi da fuoco. Qualche tempo dopo, però, Riina li richiamò in Sicilia, perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito sull’isola, adoperando l’esplosivo. Nel corso delle riunioni della “Commissione provinciale”, fu scelto Giovanni Brusca come coordinatore dei dettagli delle operazioni.

La strage di via D’Amelio fu un attentato di stampo terroristico-mafioso avvenuto domenica 19 luglio 1992, all’altezza del numero civico 19 di via Mariano D’Amelio a Palermo, in Italia, in cui morirono il magistrato italiano Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, che al momento dell’esplosione stava parcheggiando una delle auto della scorta.

La decisione dell’attentato: Lo stesso argomento in dettaglio: Maxiprocesso di Palermo e Strage di Capaci.

La decisione di mettere in atto gli attentati contro i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino venne presa nel corso di alcune riunioni della “Commissione interprovinciale” di Cosa nostra, avvenute nei pressi di Enna tra il settembre-dicembre 1991 e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire; subito dopo, durante una riunione della “Commissione provinciale” svoltasi nel dicembre successivo nella casa di Girolamo Guddo (mafioso di Altarello di Baida e cugino del boss Salvatore Cancemi), cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Motisi, Giuseppe Farinella, Giuseppe Graviano, Carlo Greco, Pietro Aglieri, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi, Giovanni Brusca, Raffaele Ganci, Nino Giuffrè, Giuseppe Montalto e Salvatore Madonia, venne deciso ed elaborato un piano stragista “ristretto”, che prevedeva l’assassinio di Falcone e Borsellino, nonché di personaggi rivelatisi inaffidabili, primo fra tutti l’onorevole Salvo Lima ed altri uomini politici democristiani.

In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso di Palermo (30 gennaio 1992), avvennero alcune riunioni ristrette della “Commissione provinciale” (a cui parteciparono Riina, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci, Giovanni Brusca, Michelangelo La Barbera, Salvatore Cancemi) che si tennero sempre a casa di Girolamo Guddo e in cui venne deciso di dare inizio agli attentati: il 12 marzo venne assassinato Salvo Lima, mentre il 23 maggio avvenne la sconvolgente strage di Capaci, in cui rimasero uccisi Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta.

Nel successivo mese di giugno, nel corso di una riunione tenutasi sempre nell’abitazione di Guddo, Riina manifestò a Biondino, Cancemi e Ganci la propria “premura” di eseguire un attentato nei confronti di Borsellino, evidenziando in particolare a Ganci che “la responsabilità era sua” ed affidando a Biondino “l’incarico di organizzare tutto e fare in fretta”.

PROPOSTA DI LEGGE – TESTO:
Art. 1.
(Modifica dell’articolo 2 – Legge del 27 maggio 1949, n. 260)
1. L’articolo 2 è modificato dal seguente testo: «dopo le parole “26 dicembre”, si aggiungono le seguenti parole a capo: “i giorni 23 maggio e 19 luglio”».

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